Scoperte, nostalgia e viaggi a casa: Vita da manager stranieri in Italia
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Scoperte, nostalgia e viaggi a casa: Vita da manager stranieri in Italia

Non c’è solo chi dal nostro Paese va all’estero: esistono pure dirigenti che scelgono di venire a lavorare in Italia. Per qualcuno è una scelta coraggiosa, che implica rinunce e sacrifici; per altri è una decisione che offre soddisfazioni e stimoli sempre nuovi. L’esperienza italiana è di certo molto personale, anche se –a conti fatti– quasi sempre positiva. Ne abbiamo discusso con tre manager di aziende molto differenti tra loro: c’erano una volta un francese, uno spagnolo e un colombiano che decisero di vivere un’esperienza di lavoro in Italia…

 

Per qualcuno è un avvicinamento a casa, anziché un allontanamento. C’è chi si porta dietro la famiglia e chi torna a trovarla appena può. Alcuni si preparano in anticipo studiando la cultura e imparando la lingua del posto, per qualcun altro è meglio improvvisare. Per tutti, al di là delle differenze, il trasferimento in un Paese estero per lavoro è un’esperienza umana, prima che professionale.

 

Prepararsi sui libri “per responsabilità”

Chi ha studiato parecchio prima di arrivare nel nostro Paese è José Antonio García de Leániz, Amministratore Delegato di Fiabilis, azienda italiana specializzata nell’ottimizzazione dei costi del lavoro, parte di un gruppo internazionale presente in nove Paesi tra Europa e Sud America. Quando scoprì che si sarebbe trasferito in Italia si mise a studiare “per senso di responsabilità”. “Ho recuperato libri di Storia, Letteratura e Cultura italiane, che sono anche mie grandi passioni”, racconta il manager spagnolo.

 

La lingua l’ha imparata una volta trasferito a Milano, dove ha sede la società: “Fin dal primo giorno ho cominciato ad andare al cinema due volte alla settimana. E poi leggevo tantissimo: sono partito da libri che già avevo letto in spagnolo, ed è stato un piacere immenso riuscire a comprenderli anche in italiano”.

 

Per García de Leániz, insomma, l’esperienza italiana è cominciata sui libri e nelle sale cinematografiche. Originario di Madrid –dove vive tuttora la sua famiglia, figli piccoli compresi– si è trasferito nel nostro Paese all’inizio del 2015, quando è stata lanciato ufficialmente il ramo italiano del gruppo. Oggi, dice il manager, cerca di tornare a casa ogni due settimane per godersi qualche weekend lungo. All’inizio, però, non è stato facile: “Nei primi tre anni è stato difficile gestire tutto: Fiabilis in Italia era una startup ed era dura pianificare l’agenda in modo preciso.

 

Quanti biglietti dell’aereo ho buttato via per un appuntamento dell’ultimo minuto o un problema da risolvere nell’immediato… Oggi fortunatamente c’è un team più strutturato e sento di poter dire di aver trovato un equilibrio”. Le vacanze? Non si fanno per forza in Italia. “Ai miei figli piace molto venire qui e spesso d’estate andiamo in Liguria oppure in Sicilia”. La figlia maggiore, poi, tra poco comincerà l’università e vorrebbe venire in Italia per un periodo di studio. “Quando vengono qui si trovano benissimo. Io studio in anticipo i percorsi e le cose da vedere, poi li porto a fare le gite fuori porta. La più apprezzata? Quella a Verona: città bellissima, della giusta misura, piena di arte, estetica, colori. Ma anche Napoli, incrocio di culture diverse, compresa quella spagnola”.

 

Uno “sforzo di trovare il bello” che l’AD di Fiabilis ritrova anche a Milano. “Della città mi ha subito colpito molto l’ossessione per il design, l’amore per le forme, i colori, le proporzioni: è un luogo che ispira pensieri filosofici”. Impossibile non citare il cibo, “non solo di buona qualità, ma anche presentato con cura e attenzione”. Una critica? “A volte trovo che manchi un po’ di spirito collettivo e di rispetto per gli altri, per esempio nei graffiti sui muri, nella spazzatura raccolta tardi, nei parcheggi sui marciapiedi, negli automobilisti che non si fermano di fronte ai pedoni”. Per García de Leániz queste dinamiche sono la spia di un individualismo riscontrabile anche dal punto di vista lavorativo: “In Italia c’è tanta imprenditorialità e questo è positivo, ma le aziende spesso tendono ad agire in verticale più che in orizzontale, mentre all’estero c’è una cultura più circolare”.

 

Ma le differenze non finiscono qui. Perché, se Italia e Spagna condividono le stesse radici latine, Milano risente molto della cultura austriaca e tedesca. “Qui c’è molta formalità nei rapporti di business, si è molto attenti agli approcci, le gerarchie sono molto presenti. Anche il tempo libero dopo il lavoro è gestito in modo diverso: fare amicizia e frequentarsi fuori dall’ufficio è più difficile, perché i rapporti si sviluppano all’interno della famiglia. E se, come nel mio caso, la famiglia è lontana, è difficile entrare in certe situazioni sociali. Non sto giudicando, credo che questo sia positivo per certi versi. Ma sicuramente in Italia i rapporti familiari sono più profondi che in Spagna: qui la famiglia viene prima di tutto”. È stato questo, per lui, l’aspetto più difficile del trasferimento. Oltre, s’intende, agli orari del tutto diversi: “È stato difficile adeguarsi: adesso, quando torno a casa a Madrid, inizio a cenare mentre i miei figli stanno ancora facendo merenda”, ride.

 

Manuela Gatti

Rivista Persone & Conoscenze N.139 – Edizioni ESTE